La Direttiva Comunitaria 95/2014 sulla responsabilità sociale è un’opportunità per le imprese italiane?

In concomitanza al semestre italiano di presidenza europea è stata approvata la Direttiva 95/2014 che è attualmente in fase di recepimento; la norma richiede alle aziende con più di 500 dipendenti e alle imprese di interesse pubblico, la comunicazione delle informazioni non finanziarie.

In Italia la Direttiva è in fase di approvazione e potrà influire in maniera sostanziale sulla trasparenza delle aziende nazionali e sulle loro modalità di vivere e prosperare nel mercato. Alcune considerazioni sugli impatti della direttiva sono state delineate ad un recente incontro (21 luglio u.s.) voluto dal Gruppo parlamentare del PD in collaborazione con l’Osservatorio Socialis, durante il quale è emerso come, in realtà, le imprese italiane stiano già creando un terreno fertile per il recepimento della norma, nella misura in cui sono numerose le realtà imprenditoriali che attuano comportamenti socialmente responsabili e sostenibili, seppure si tratti di scelte prevalentemente elettive.

All’incontro è stata inoltre espressa la necessità di dare vita ad un percorso di sensibilizzazione volto a mettere in evidenza ed a concretizzare i vantaggi dell’operare secondo i principi della responsabilità sociale da parte delle aziende, che ne traggono benefici concreti, che si riverberano poi in termini di prosperità del mercato e crescita del sistema paese. Secondo la Direttiva, infatti, sarà necessario rendicontare le informazioni “non finanziarie” escluse dai bilanci di esercizio e concernenti “le informazioni ambientali, sociali, attinenti al personale, al rispetto dei diritti umani, la lotta alla corruzione attiva e passiva in misura necessaria alla comprensione dell’andamento dell’impresa, dei suoi risultati, della sua situazione e dell’impatto della sua attività“.

E’ chiara, dunque, la necessità di adottare un approccio olistico e multidimensionale, un passo importante e impegnativo ma per il quale le imprese italiane si mostrano ben posizionate, avendo compiuto molti progressi in termini di adozione volontaria della reportistica di RSI e sostenibilità, come statuisce il VI Rapporto sull’impegno sociale delle aziende in Italia, realizzato dall’Osservatorio Socialis, che rileva che 73 aziende su 100 si impegnano nella Responsabilità Sociale.

In ogni caso, nonostante la Direttiva si rivolga ad aziende con più di 500 dipendenti ( circa 400 aziende in Italia, secondo le stime di Unioncamere), si potrebbe adottare una definizione di “aziende di interesse nazionale” tale da ampliare molto il pubblico dei destinatari e, aspetto interessante, potrebbero esserci aziende che, pur essendo escluse dall’ambito di applicazione a causa del numero di dipendenti inferiore a 500, decidano volontariamente di adeguarsi alla norma; per questi soggetti sarebbe interessante pensare a forme di premialità.

Starà alle imprese, grandi o meno, cogliere le opportunità ed il vantaggio competitivo offerti dalla Direttiva: se il sistema Italia è già competitivo sul tema della sostenibilità e della RSI, sottolineare e valorizzare questo aspetto consentirà una maggiore attrazione di investimenti e una maggiore forza a livello europeo.

 Credits: da un articolo di Roerto Orsi per Repubblica 

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