Si sa, la moda cambia di stagione in stagione, ma la buona notizia è che la sostenibilità rimane un trend in crescita, tanto da poter essere considerato un punto fisso anche per un settore che vale 1.7 trilioni di dollari.

Questo articolo, una nostra libera traduzione di un contributo di Heather Clancy per GreenBiz, traccia le principali evoluzioni sostenibili all’interno del settore abbigliamento e moda, con particolare focus sulle catene di fornitura globali.

Dai dati raccolti nei primi mesi di questi 2015 si deduce che fra i soggetti operanti nel settore ci sia più collaborazione, più attenzione, più sensibilità e sempre più aziende aderiscono ai principi sostenibili. Queste risultanze sono anche confermate da Letitia Webster, senior manager della CSR presso VF, la casa madre di North Face e Timberland.

Certamente, il motivo di un rinnovato slancio verso la sostenibilità nel settore della moda e nel tessile va ricercato nelle catene di fornitura globali, che al momento sono in espansione e che richiedono grandi quantità di energia ed acqua, causano cospicue emissioni di anidride carbonica e rilascio di sostanze chimiche, e spesso sono caratterizzate da prassi di lavoro che potremmo definire controverse.

Per risolvere queste problematiche complicate, che sovente sono interconnesse, VF dà il buon esempio assistendo i fornitori in progetti volti al miglioramento dell’efficienza energetica, partendo dalle risorse disponibili presso ogni stabilimento (in Cambogia, per esempio, coadiuva i proprietari degli stabilimenti produttivi nell’installazione di pannelli solari).

Altri buoni esempi provengono da Levi Strauss & Co. e Puma, che supportano i finanziamenti per fabbriche e fornitori che non hanno la possibilità di investire in best practice per la gestione sostenibile delle risorse o per il benessere dei lavoratori. Entrambe le aziende supportano un programma di finanziamenti attraverso l’ International Finance Corporation (IFC), membro del Gruppo della Banca Mondiale. Levi Strauss è la prima azienda di moda a fare in modo che i fornitori decisi a migliorare i propri standard ambientali, di salute e sicurezza (EHS) ricevano prestiti a bassi tassi di interesse.

L’impegno di Levi con le fabbriche produttrici è ben documentato, specialmente per quanto attiene agli sforzi volti alla conservazione dell’acqua, ma l’azienda si impegna anche a ridurre gli impatti che derivano dalle piantagioni di cotone, grazie soprattutto alla collaborazione con la Better Cotton Initiative (BCI), approvvigionandosi per il 6% di cotone proveniente da coltivatori formati dalla BCI, che operano secondo gli standard stabiliti da questa ONG . Entro il 2020, questa soglia sarà auspicabilmente innalzata al 75%.

Altri grandi marchi di moda che si sono impegnati ad utilizzare cotone più sostenibile includono Adidas, H&M, IKEA, M&S, Nike, che affiancano gli oltre 500 membri appartenenti alla BCI.

Anche la Sustainable Apparel Coalition (SAC), l’organizzazione che ha proposto la piattaforma per il benchmark di settore Higg Index 2.0 registra progressi lenti ma costanti. Quasi 16 mesi dopo il lancio dell’iniziativa, circa l’80% dei membri SAC si serve della piattaforma, dimostrando un certo grado di collaborazione fra aziende caratterizzate da catene di fornitura simili, al fine di migliorarle.

Nei prossimi mesi, i membri di SAC si concentreranno sulla definizione dei migliori approcci per la verifica di parte terza delle informazioni sottoposte all’Higg Index. L’obiettivo è migliorare la comunicazione dei punteggi ottenuti agli stakehoder e ciò scaturisce anche da alcuni sviluppi europei, dove i consumatori richiedono molta più trasparenza sulle pratiche di lavoro all’interno del settore moda.

Infine, grazie al lavoro della campagna Detox di Greenpeace, anche la gestione delle sostanze chimiche continua ad essere una priorità lungo la supply chain dell’abbigliamento. Secondo l’ultimo bollettino rilasciato a metà marzo, 16 grandi nomi della moda stanno gradualmente eliminando alcuni inquinanti tossici comunemente utilizzati; fra questi soggetti ci sono Adidas, Benetton, Levi Strauss e Puma.

Nonostante VF non risulti fra le aziende analizzate da Greenpeance, la sua iniziativa Chem-IQ è volta a ridurre le sostanze pericolose. Dopo che sono stati condotti alcuni esperimenti pilota in Turchia, Messico e a Los Angeles, il programma è stato lanciato l’anno scorso presso alcuni principali fornitori in Cina e richiede alle fabbriche di presentare gli inventari e di sottoporsi a indagini continue.

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