La scorsa settimana si è svolta ad Istanbul la 2013 Textile Sustainability Conference. Obiettivo dell’evento è stato la condivisione di soluzioni innovative per migliorare l’integrità e la sostenibilità dei prodotti e delle pratiche nel settore del tessile e dell’abbigliamento.

 La moda sembra oggi voler superare il trend della fast fashion, puntando invece a valorizzare tutte le fasi di vita di un prodotto, poiché spesso smettere di utilizzare un capo non coincide con la fine del ciclo di vita dello stesso. In questo contesto, una problematicità forte è rappresentata dall’educazione del consumatore, che dovrebbe essere stimolato a  compiere decisioni di acquisto non basate sul prezzo ma piuttosto sulla qualità e sull’impatto ambientale generato dai prodotti.Purtroppo, la maggior parte dei consumatori non riesce ancora a tenere in considerazione le conseguenze dell’impatto ambientale, nonostante il settore della moda si impegni per  misurarlo e diminuirne gli effetti.

Uno dei modi in cui le aziende tessili e dell’abbigliamento affrontano lo scoglio della misurazione e gestione dell’impatto ambientale è attraverso un processo complesso chiamato lifecycle analysis (LCA) – analisi del ciclo di vita – che quantifica l’impatto di tutti gli stadi della produzione, a partire dall’estrazione delle materie prime, fino al packaging, al trasprto, all’uso, al mantenimento, allo smaltimento o al riciclaggio. Le organizzazioni più virtuose da questo punto di vista prestano attenzione ai fattori che si assommano all’impatto del ciclo di vita in tutti gli aspetti della loro supply chain, del design dei prodotti e della qualità.

Alcuni marchi di abbigliamento che riducono proattivamente il loro impatto ambientale, fra cui Patagonia, Stella McCartney, Loomstate, Eileen Fisher e NAU, dimostrano che la sostenibilità può essere integrata anche nella moda,e questo processo risulta più semplice se si seguono alcuni consigli, che possiamo così riassumere:

  1. Design: cercate le materie prime migliori per i tessuti, le finiture e il packaging,quelle, cioè, col minore impatto ambientale. Valutate l’impatto della produzione anche in termini di consumo di acqua, energia, in termini di inquinamento ed emissioni creati durante la produzione così come in termini di risorse rinnovabili utilizzate.
  2. Produzione: gestite i processi di produzione e controllo dai tessuti ai dettagli, inclusa la gestione delle acque di scarto, dei rifiuti, degli inquinanti e dell’uso di energia. Cercate fornitori che abbiano certificazioni importanti relative all’ambiente e alla sostenibilità sociale, come, ad esempio la ISO 14000/14001 che attesta la conformità ambientale e sociale in tutti i processi produttivi, la certificazione WRAP che attesta il rispetto dei diritti umani, e altre certificazioni preminenti in questo settore come GOTS, Oeko-Tex Standard 100SCS Global bluesign certification.
  3. Trasporto: rappresenta una componente importante nel calcolo delle emissioni di gas serra, impatto ambientale e, in ultima analisi, incide anche sul costo degli articoli. L’impatto diminuisce se le merci sono trasportate con metodi alternativi al trasporto su gomma.

I marchi e i produttori possono valutare l’impatto della loro merce adottando strumenti ed app che valutano la sostenibilità ambientale dei processi. Esiste, poi, la Sustainable Apparel Coalition, un gruppo di settore che raccoglie oltre 100 marchi, rivenditori, fornitori di calzature e abbigliamento, nonché associazioni no profit e ONG che lavorano per ridurre gli impatti sociali ed ambientali di questi prodotti nel mondo. La Coalition si concentra sull’indice di Higg che misura le performance ambientali e l’impatto sociale dei prodotti di abbigliamento.

Purtroppo, ad oggi non esiste un sistema di certificazioni omogeneo per questo settore, tracciare l’intera filiera può essere difficoltoso e infatti, la maggior parte delle aziende più sostenibili costituisce una nicchia o propone beni ad  un prezzo superiore a quello che la maggior parte dei consumatori è disposta a corrispondere. Noi di BilanciaRSI ci auguriamo, però, che sempre più aziende seguano il buon esempio.

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